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Il nostro vicino

Se un uomo non è disposto ad affrontare qualche rischio per le suo opinioni, o le sue opinioni non valgono niente o non vale niente lui. (Ezra Pound)

Girotondo di tutto il mondo

Filastrocca per tutti i bambini
Per gli italiani e per gli abissini
Per i russi e per gli inglesi
Gli americani ed i francesi

Per quelli neri come il carbone
Per quelli rossi come il mattone
Per quelli gialli che stanno in Cina
Dove è sera se qui è mattina

Per quelli che stanno in mezzo ai ghiacci
O dormono dentro un sacco di stracci
Per quelli che stanno nella foresta
Dove le scimmie fan sempre festa

Per quelli che stanno di qua o di là
In campagna od in città

Per i bambini di tutto il mondo
Che fanno un grande girotondo
Con le mani nelle mani
Sui paralleli e sui meridiani.

Gianni Rodari

Ho letto sul Giornale una frase, all’interno dell’articolo di un’antropologa (gli studiosi delle relazioni umane), Ida Magli, che dice testualmente così: «stiamo male perché siamo costretti a vivere nello stesso territorio con popoli diversi da noi, e diversi prima di tutto fisicamente. (…) L’estraneità fisica è la caratteristica maggiore che impedisce agli uomini di potersi “identificare” l’uno nell’altro, sentirsi psicologicamente “simili”. (… È) impossibile per un “bianco” identificarsi in un “nero”: comprendere i sentimenti, le percezioni, i gusti, intuire il tipo di intelligenza, le reazioni, gli interessi. Se si aggiunge a questo dato di partenza, la differenza di lingua, di religione, di storia culturale, ci si rende conto che vivere sullo stesso territorio non significa vivere “insieme”».

La Magli ha ragione: noi siamo degli innamorati delle fotocopie; le differenze ci spaventano. Ma non vale solo per il colore della pelle! Uomini e donne: sopraffazione, violenza, discriminazione … Si potrebbero usare benissimo le stesse parole della studiosa per indicare la fatica a intendersi: i sentimenti, le percezioni, i gusti, intuire il tipo di intelligenza, le reazioni, gli interessi. Posizione sociale: datori di lavoro e operai, in un tempo di crisi (il sequestro dei manager, per lampo che sia, vorrà ben dire qualcosa). La religione: senza bisogno di essere stranieri, la contrapposizione tra “laici” e cattolici, per fare un esempio.

Sì, la Magli ha ragione: siamo innamorati delle fotocopie. Le differenze ci spaventano. Ma deve essere così per forza?

Ricordo altre due pagine, da uno stesso libro: la Bibbia.
«Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio» (At 2, 9-11).
Sulla piazza di Gerusalemme, il giorno di pentecoste c’è una rassegna così eterogenea da fare invidia all’ONU. Le differenze vengono salvaguardate: ciascuno ascolta un discorso “nella propria lingua”, che non è solo questione di idioma; si tratta di un linguaggio che gli è familiare. Nasce il dialogo (un pensiero che attraversa le barriere) tra diversi.

La seconda è più lunga. Ma basta il titolo, perché la conoscono tutti: la parabola del buon Samaritano (Lc 10, 25-37).
L’Ebreo Gesù parla a dei Giudei ed indica come paradigma d’azione (“va’, e anche tu fa così” (v. 37) uno straniero, anzi un nemico odiato del suo popolo. Era diventato prossimo perché “ha avuto compassione” (ib.). Aveva guardato l’altro, non con un vago sentimento di benevolenza, ma con lo sguardo stesso di Dio. In tutto il Vangelo, infatti, quel verbo è usato solo con Dio o lo stesso Gesù come soggetto. E le barriere erano cadute: non era più stato capace di rimanere indifferente e si era preso cura di lui. Le barriere erano cadute.

In questa rubrica vorremmo aiutarci a operare questo passaggio: impossibile per noi, “innamorati delle fotocopie”, ma che il Padre che ci ha creati e che ci ama tutti come figli sa realizzare anche oggi, con un senso dello humor decisamente divino, anche nel cuore di chi dice di non credere in Lui!


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