palio di pinzano

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Appunti

Edizione 2009

Appunti per una verifica

Una domanda per iniziare: cosa ha messo in luce il Palio?

Qualche possibile risposta:
La voglia di stare insieme. Ci lamentiamo che “la gente” sta chiusa in casa. Per 3 giorni l’Oratorio è stato pieno di persone. E molti si sono dati da fare. C’è stato cioè un giudizio, almeno implicito sulla bontà dell’idea di stare insieme, e non solo per vincere o per trovare il proprio individuale divertimento, ma perché si è riconosciuto che è stato bello stare insieme (pensa all’applauso convinto e generalizzato ad Andrea—figura simbolo di chi ci aveva fatti giocare alla fine). Cosa ha reso possibile questo?
Il coinvolgimento in un’impresa. Questo si può declinare a diversi livelli. Innanzitutto per noi della commissione: siamo partiti un po’ così, quasi per scherzo, e ci abbiamo preso gusto. All’idea iniziale abbiamo dato un corpo, una struttura, abbiamo inventato una storia (cioè una serie di elementi: il Palio, le contrade, gli scudi, gli elementi di riconoscimento, gli strumenti di pubblicizzazione, i momenti della manifestazione), abbiamo cercato le forme di coinvolgimento degli altri …
Per i diversi partecipanti alle contrade: la voglia di gareggiare per vincere. Ci sono stati anche momenti di tensione, perché nessuno ci stava a perdere. E questo, in alcuni casi e per alcuni, ha fatto perdere il senso della misura: e questo è negativo. Ma avuto anche l’aspetto positivo dell’intensità.
Per chi ha realizzato i diversi aspetti: i banchi vendita, la mostra, la conferenza, i diversi momenti. Ciascuno aveva a cuore che ciò di cui era responsabile o in cui era coinvolto riuscisse al meglio. Qui, in positivo, bisogna registrare la passione di tanti, tra cui (e, secondo me, la cosa merita una sottolineatura particolare) quella degli adolescenti che, ben guidati, hanno dato moltissimo. In negativo—riprenderò anche in seguito questo aspetto—va riscontrata la parzialità del coinvolgimento: fino alle midolla nel mio settore, lasciando emergere un senso di contrapposizione a quello degli altri (che finivano per diventare dei rivali, il cui successo faceva ombra al mio e i cui inciampi erano rimarcati con un po’ di soddisfazione). Naturalmente, di questo, ci siamo avveduti un po’ tutti: con particolare rincrescimento quando la cosa vedeva protagonisti gli altri.
Il senso di appartenenza. È emerso forte, molto forte. Troppo forte rispetto alla realtà. Pensiamo alle contrade: non esistono, sono una finzione che abbiamo creato noi a tavolino, nella forma più arbitraria che si potesse pensare (cambiandone e ricambiandone i confini). Eppure tutti si sono identificati: la bandana, la maglietta erano emblemi ostentati da tutti. Bisogna pensarci: dice un bisogno forte di appartenenza, la voglia di “essere di …”. Ma mostra anche un pericoloso contraltare: ci si mette contro … gli altri. È il principio dell’identità: posso dire “io” solo di fronte a un “tu”. Ma l’incontro con il “tu” è sempre sotto la minaccia della tentazione di rivelarsi scontro con l’altro (Gen 1-3).
Si torna così alla distinzione/rivalità/competizione tra gruppi impegnati nella stessa impresa ma che, cammin facendo, si ritrovano competitori, avversari, e, perfino, nemici nell’opera che pure avevano pensato di realizzare comunemente. E, alla fine, non si capiscono più, in una Babele irrisolvibile (Gen 11).
Il bisogno di comunione. Il giudizio sul Palio può essere positivo o negativo—al di là delle valutazioni tecnico-organizzative che lascio ad altri interventi e che, ovviamente, devono tenere conto del fatto che si trattava di un’avventura “al buio”, perché non c’erano termini di confronto su cui impostare delle decisioni—a seconda che si guardi il risultato conseguito o la sua distanza dall’ideale.
In entrambi i casi, mi pare emerga un forte bisogno di comunione. È questo ciò a cui tutti tendono. La si vorrebbe perfetta e la si constata sempre troppo insoddisfacente. Si comprende che l’istintiva tendenza a darle dei confini produce insoddisfazione: bello, ma non è ancora quello che volevo! D’altra parte ci si accorge che la sua pienezza ci si presenta come un miraggio per illusi: un’utopia da idealisti. E pare non poter uscire dall’empasse.
Il principio religioso. Io sono convinto che l’unica risposta possibile sia di carattere religioso. La dottrina cattolica parla di peccato originale: l’uomo è, già da inizio corsa, sottoposto a questa azione diabolica (dia-ballein = dividere). E il cammino di comunione è un cammino di conversione: si tratta di lasciarsi liberare il cuore, supplicando l’azione guaritrice dello Spirito del Signore che ci renda capaci di guardare l’altro—chiunque esso sia—con la stessa tenerezza di una madre che si sente struggere le viscere quando guarda il figlio, tanto più se è in difficoltà (Lc 10,25-37). Può forse sembrare un discorso astratto, ma sono i fatti a mostrare che non è così. Rimane un fatto da notare: Gesù prende a modello di questo amore un samaritano. Diremmo noi oggi: uno che un piede in chiesa non ce lo metterebbe mai. A dire che cosa sia propriamente religioso—questo “legame” (re-ligo) con il cuore stesso di Dio, che in Gesù si manifesta nella Sua pienezza—non è sempre così facile da identificare e, sicuramente, non si assoggetta troppo pacificamente alle nostre categorie canoniche.
Una comunità che lo incarni. Nessuno ci chiede di rifare il Palio. Alla nostra comunità, quella cristiana almeno, il Signore chiede di rendere credibile l’aspirazione a vivere così le relazioni fra gli uomini!

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